Chiesa di San Domenico

Ruvo di Puglia

Chiesa di San Domenico

L'insediamento dei domenicani a Ruvo si inserisce in momento storico caotico per il feudo. L'agro rubastino infatti venne acquistato dal cardinale Oliviero Carafa nel 1510 e proprio a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento si inserisce l'arrido dell'Ordine dei Frati Predicatori. Tale periodo presentava un borgo ancora medievale in cui da una parte le famiglie nobili e magnifiche conobbero un momento particolarmente fiorente mentre la diocesi di Ruvo destò scandalo per gli episodi di governo nepotistico che videro succedersi tre vescovi appartenenti alla stessa famiglia. Tra il 1560 e il 1647 i domenicani avrebbero già innalzato il convento e la chiesa, allora intitolata al Santissimo Rosario, sorti sulle rovine del precedente convento dedicato a Santa Caterina. La chiesa del Rosario fu subito oggetto delle attenzioni delle nobili stirpi ruvesi, i cui nomi furono legati alle varie cappelle presenti nel vecchio tempio a tre navate. Fu in questo periodo inoltre che ai frati domenicani fu donato dal chierico ruvese Fabrizio de Amato la tela dipinta a Bitonto dal pittore spagnolo Alonso de Corduba, raffigurante proprio la Madonna del Rosario, perno delle attività cultuali nella comunità domenicana ruvestina. Tuttavia nella prima metà del Settecento l'edificio sacro era già fatiscente con un tetto quasi del tutto crollato e sole due cappelle ancora in piedi, sebbene pericolanti. Ai domenicani apparve dunque chiara la necessità di edificare una nuova chiesa mentre le funzioni religiose venivano svolte nel chiostro del convento. Intorno al 1740 almeno i muri perimetrali del nuovo tempio erano stati innalzati ma i lavori si conclusero solo tre anni più tardi. In questo modo fu fabbricata l'attuale chiesa intitolata non più al Santissimo Rosario ma a San Domenico di Guzman, fondatore dell'ordine. Tuttavia il culto della Beata Vergine del Rosario non fu dimenticato: fu infatti il nobile ruvese Annibale Maggialetti a farsi carico delle spese per la decorazione e la costruzione della cappella dedicata alla Madonna del Rosario, la quale sarà poi arricchita di una statua in cartapesta, opera dello scultore leccese Giuseppe Manzo, commissionata da una Pia Commissione ed acquistata tramite offerte volontarie sul finire del XIX secolo.

Facciata

La facciata divisa in due ordini dalla trabeazione, risulta slanciata, effetto causato dalle paraste che dividono in tre il prospetto. Il grande portone di ingresso è sormontato da un timpano a padiglione sul quale è posto lo stemma dei Padri Scolopi. Sulle ali laterali della facciata sono collocate due nicchie attualmente vuote e che un tempo avrebbero dovuto ospitare le statue di Santa Caterina d'Alessandria e di Maria Maddalena. La parte centrale dell'ordine superiore si estende al di sopra delle fiancate alle quali è congiunta da due eleganti volute ; in questa stessa area trova spazio il finestrone con l'architrave arcuato ripreso in forma più accentuata nel coronamento superiore finale su cui poggia la croce in ferro battuto. Sulla sommità delle paraste sono collocati quattro acroteri di cui due con forma di vasi circolari e due a forma piramidale in cui sono conficcate due bandierine in ferro.

Interno

L'edificio presenta una pianta a croce latina e si sviluppa in un'unica ampia aula coperta da una volta a botte unghiata. Le pareti laterali presenta due cappelle per parte (intitolate alla Candelora, alla Desolata, a San Vincenzo Ferrer e al Sacro Cuore di Gesù) mentre alle estremità del transetto si trovano i due cappelloni dedicati ai culti principali della parrocchia e della Confraternita della Purificazione-Addolorata, ovvero la Madonna del Rosario e la Beata Vergine Addolorata. All'incrocio tra navata e transetto si erge la cupola, senza tamburo, nascosta all'esterno dall'alzato ottagonale su cui poggia la copertura a spicchi. Il grande corridoio centrale esalta l'altare barocco sul quale è posta la statua in legno policromo di San Domenico, titolare della chiesa. Oltre alle opere d'arte già citate bisogna ricordare una tela di Fabrizio Santafede raffigurante la Madonna delle Grazie.

Il convento

La costruzione del convento ad opera dei frati domenicani risalirebbe ad un periodo che va dal 1560 al 1647, una datazione incerta a causa delle scarse e imprecise fonti. Il complesso conventuale fu edificato sui ruderi del convento di Santa Caterina[3] e presenta una pianta quadrilatera con la facciata principale costruita sul fianco sinistro della chiesa ovvero sulla via per Bitonto e Terlizzi. Conformemente alla bolla di Paolo V del 1616, il convento presentava luoghi di preghiera, orti e giardini, locali di servizio, celle semplici e prive di arredo per i frati ed una cella più comoda per il priore. Il chiostro è formato da cinque arcate, poggianti su dei pilastri squadrati, che circondano la cisterna. Dal chiostro si può accedere a ben nove magazzini di cui uno fungeva da cantina. Al di sotto del chiostro sono presenti i sotterranei utilizzati per la conservazione degli alimenti e delle biade oltre che per la lavorazione del latte. Il refettorio si trova a destra dell'entrata, ha una volta a botte ed è collegato con la dispensa a sua volta comunicante con la cucina, la panetteria e al forno. Attorno al cortile sono disposti i locali di servizio tra cui vari locali per gli attrezzi, uno stallone, una rimessa, una stanza per il vetturino, un sottano e tre palmenti provvisti di torchi. Al primo piano del convento sono presenti le diciassette celle oltre ad alcuni stanzoni e alla possibilità, per i frati infermi, di affacciarsi dalle gelosie per assistere alle celebrazioni eucaristiche tramite un apposito corridoio. Nel secondo piano si trovavano alcune stanze a tavolate e il coro d'inverno, il luogo di preghiera invernale. La copertura è formata da capriate in legno.

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